L’emocoltura è uno degli esami microbiologici più importanti quando sospettiamo una batteriemia o un’infezione del torrente ematico.

A prima vista la procedura sembra semplice: preparare i flaconi, disinfettare la cute, prelevare il sangue e inviarlo in laboratorio.

In realtà, buona parte dell’affidabilità dell’esame si decide prima ancora che il campione arrivi in microbiologia.

Quanto sangue abbiamo prelevato? Quanti set? Da dove? La cute è stata preparata correttamente? Il paziente aveva già ricevuto antibiotici? Il flacone positivo rappresenta davvero un’infezione oppure abbiamo coltivato un microrganismo proveniente dalla cute?

Sono domande tutt’altro che secondarie.

Un’emocoltura non è semplicemente un prelievo di sangue. È una procedura diagnostica nella quale la fase preanalitica può condizionare direttamente il risultato.

Che cosa stiamo cercando con un’emocoltura?

Normalmente il sangue circolante dovrebbe essere sterile.

Quando microrganismi vitali sono presenti nel sangue, l’emocoltura cerca di intercettarli e permetterne la crescita all’interno di specifici terreni di coltura.

Il problema è che la quantità di microrganismi presenti può essere molto bassa.

Possiamo quindi trovarci davanti a due errori opposti.

Falso negativo: il paziente presenta realmente una batteriemia, ma il microrganismo non viene rilevato.

Falso positivo per contaminazione: cresce un microrganismo che non proviene realmente dal torrente ematico del paziente, ma è stato introdotto accidentalmente durante il prelievo.

Ed è proprio qui che la tecnica infermieristica diventa parte integrante della qualità diagnostica.

Il volume di sangue è uno dei punti fondamentali

Quando eseguiamo un normale prelievo ematico siamo abituati a pensare che, raggiunto un certo volume, il campione sia semplicemente sufficiente per l’analisi.

Con l’emocoltura il ragionamento è diverso.

Se nel sangue sono presenti pochi microrganismi, maggiore è il volume adeguatamente campionato, maggiore è la possibilità di intercettarli.

Per questo riempire poco i flaconi non è un dettaglio.

Le indicazioni CDC aggiornate nel 2026 riportano per l’adulto un volume complessivo di circa 20–30 mL per set e raccomandano generalmente almeno due set; il numero esatto di flaconi dipende dal sistema utilizzato e dal protocollo del laboratorio. Le linee guida SCCM/IDSA sottolineano analogamente l’importanza del corretto riempimento, indicando circa 10 mL per flacone nei sistemi standard per adulti.

Quindi:

non conta soltanto quante bottiglie mandiamo in laboratorio. Conta quanto sangue abbiamo realmente coltivato.

Ma che cos’è esattamente un “set”?

Qui nasce spesso confusione.

Nel sistema classico per adulti, un set comprende generalmente almeno:

  • un flacone per microrganismi aerobi;
  • un flacone per microrganismi anaerobi.

Ma bisogna evitare di trasformare questa configurazione in una regola universale: sistemi, indicazioni e protocolli possono prevedere configurazioni differenti.

Per la valutazione di un sospetto episodio di infezione del torrente ematico nell’adulto vengono generalmente raccolti almeno due set. Le indicazioni CDC 2026 parlano di 2–4 set, con almeno due set e un volume complessivo adeguato.

Il motivo non è soltanto avere “più possibilità” di trovare il microrganismo.

Avere più campioni aiuta anche a interpretare un eventuale risultato positivo.

Perché servono più set?

Immaginiamo di ottenere una sola emocoltura e di trovare un microrganismo appartenente alla normale flora cutanea.

È una vera batteriemia?

Oppure quel microrganismo è entrato nel flacone durante il prelievo?

Con un singolo campione può essere molto difficile stabilirlo.

Se invece disponiamo di più set correttamente raccolti, possiamo valutare meglio:

  • quanti set risultano positivi;
  • quanti flaconi risultano positivi;
  • quale microrganismo è cresciuto;
  • da quali siti sono stati effettuati i prelievi;
  • il quadro clinico del paziente.

Le linee guida SCCM/IDSA raccomandano almeno due set anche perché questo aumenta il volume analizzato e facilita la distinzione tra reale infezione e possibile contaminazione.

Un flacone positivo non significa automaticamente sepsi

Questo è un concetto fondamentale.

Emocoltura positiva, batteriemia e sepsi non sono sinonimi.

Un’emocoltura positiva ci dice che nel flacone è cresciuto un microrganismo.

Dobbiamo ancora stabilire se quel microrganismo:

  • proviene realmente dal sangue del paziente;
  • rappresenta una contaminazione;
  • è clinicamente coerente con il quadro del paziente.

La sepsi, invece, è una condizione clinica legata a una risposta disregolata dell’organismo all’infezione con conseguente disfunzione d’organo.

Per questo il risultato microbiologico deve sempre essere interpretato insieme alla clinica.

Il grande problema della contaminazione

La cute ospita naturalmente numerosi microrganismi.

Questo è fisiologico.

Il problema nasce quando, durante il prelievo, uno di questi microrganismi raggiunge accidentalmente il flacone.

In quel momento possiamo ottenere una coltura positiva che non rappresenta necessariamente una vera infezione del torrente ematico.

La linea guida evidence-based dell’American Society for Microbiology del 2024 ricorda che le percentuali di contaminazione riportate possono variare considerevolmente, da circa l’1% a oltre il 10% in differenti contesti.

E un falso positivo non è innocuo.

Può contribuire a:

  • terapia antibiotica non necessaria;
  • ulteriori esami diagnostici;
  • ripetizione delle emocolture;
  • interpretazioni cliniche errate;
  • possibile prolungamento della degenza;
  • aumento dei costi assistenziali.

Quindi ridurre la contaminazione non significa soltanto ottenere un campione “più pulito”.

Significa migliorare concretamente la qualità dell’assistenza.

Perché la disinfezione della cute è così importante?

Durante la venipuntura attraversiamo una superficie colonizzata da microrganismi per raggiungere un compartimento che dovrebbe essere sterile.

L’antisepsi serve a ridurre il più possibile la carica microbica presente nel punto di ingresso.

La revisione sistematica e meta-analisi ASM del 2024 ha valutato numerosi interventi destinati a ridurre la contaminazione delle emocolture.

Tra quelli associati a una riduzione significativa della contaminazione troviamo:

  • antisepsi cutanea con clorexidina;
  • procedure standardizzate con tecnica sterile;
  • personale specificamente formato;
  • programmi strutturati di formazione e controllo della qualità;
  • dispositivi che deviano la prima quota di sangue prelevato.

Nel complesso, diverse di queste strategie hanno prodotto riduzioni della contaminazione nell’ordine del 40–60%, pur con differenze tra interventi e studi.

Non è quindi soltanto una questione di quale antisettico utilizziamo.

È importante l’intero processo di prelievo.

Clorexidina: cosa dicono le evidenze?

La linea guida ASM 2024 raccomanda di considerare l’impiego della clorexidina, con o senza alcol, per l’antisepsi cutanea prima delle emocolture periferiche, salvo controindicazioni.

Nella meta-analisi, l’impiego della clorexidina per la preparazione cutanea è stato associato mediamente a una riduzione della contaminazione del 57% rispetto alle pratiche di confronto considerate negli studi. La raccomandazione è classificata come moderata, non come evidenza assoluta valida in qualsiasi circostanza.

Naturalmente devono essere rispettati:

concentrazione, modalità di applicazione, tempo di contatto e asciugatura previsti dal prodotto e dal protocollo adottato.

Disinfettare e poi toccare nuovamente il punto con materiale non sterile può compromettere ciò che abbiamo appena fatto.

Perché non dovremmo ripalpare la vena dopo l’antisepsi?

È una situazione molto comune.

Individuiamo la vena.

Disinfettiamo.

Poi perdiamo leggermente il riferimento e torniamo a palpare.

Il problema è evidente: abbiamo nuovamente portato qualcosa a contatto con il sito appena preparato.

Per questo la sequenza della procedura deve essere pianificata prima dell’antisepsi.

Se il sito deve essere nuovamente toccato, occorre seguire la tecnica asettica/sterile prevista dal protocollo locale, evitando di considerare ancora “preparata” una superficie che abbiamo ricontaminato.

E i tappi dei flaconi?

Anche questo passaggio viene talvolta sottovalutato.

Il fatto che il flacone sia nuovo non significa automaticamente che il setto debba essere considerato sterile per l’inoculazione.

Il tappo deve essere preparato secondo le indicazioni del produttore e del protocollo del laboratorio prima dell’inoculazione.

È un dettaglio apparentemente piccolo.

Ma l’emocoltura è proprio una procedura nella quale una serie di piccoli dettagli determina la qualità del risultato finale.

Prima o dopo l’antibiotico?

Quando clinicamente possibile, le emocolture dovrebbero essere raccolte prima dell’inizio della terapia antibiotica.

Il motivo è intuitivo: se iniziamo a ridurre o eliminare i microrganismi circolanti prima di raccogliere il sangue, possiamo diminuire la probabilità di recuperarli in coltura.

Uno studio prospettico su pazienti con sepsi ha confrontato emocolture raccolte prima e durante terapia antibiotica.

La positività è risultata:

50,6% prima della terapia antibiotica

contro

27,7% durante la terapia antibiotica.

La terapia antibiotica era associata indipendentemente a una minore identificazione del patogeno.

Questo dato fa capire perché il timing sia importante.

Ma c’è un’altra regola altrettanto importante:

Nel paziente instabile, il prelievo delle emocolture non deve determinare un ritardo clinicamente significativo nell’inizio di una terapia antimicrobica urgente.

Diagnostica e trattamento devono procedere rapidamente e in maniera coordinata.

Bisogna aspettare il picco febbrile?

Non necessariamente.

L’idea di dover aspettare obbligatoriamente che la temperatura raggiunga il suo massimo prima di eseguire l’emocoltura è una semplificazione che può portare a ritardi inutili.

Quando esiste un’indicazione clinica, è generalmente più importante ottenere un volume adeguato e campioni correttamente raccolti prima dell’antibiotico, quando questo è possibile, piuttosto che inseguire il momento esatto del picco febbrile.

Prelievo periferico o da catetere?

Quando possibile, la venipuntura periferica rimane un riferimento importante per ridurre il problema della contaminazione e interpretare correttamente il risultato.

Il prelievo attraverso un catetere venoso già presente introduce infatti ulteriori variabili.

Il microrganismo eventualmente recuperato potrebbe provenire:

  • dal sangue circolante;
  • dal lume del dispositivo;
  • dall’hub;
  • da una colonizzazione del catetere;
  • dalla contaminazione durante la manipolazione.

Per questo, quando si sospetta un’infezione correlata al catetere, la strategia di campionamento diventa specifica e può prevedere campioni appaiati periferici e dal dispositivo.

È interessante però osservare quanto rapidamente stia evolvendo la letteratura. Una meta-analisi pubblicata nel 2026 sui pazienti critici suggerisce che le emocolture ottenute da catetere arterioso potrebbero avere tassi di contaminazione comparabili alla venipuntura periferica e potenzialmente inferiori rispetto ai prelievi da catetere venoso. La certezza dell’evidenza è però bassa e il dato non autorizza a generalizzare il risultato a tutti gli accessi vascolari.

Aerobio o anaerobio: quale flacone prima?

La risposta corretta è:

dipende dalla modalità con cui stiamo effettuando il prelievo e dal sistema utilizzato.

Quando il sangue viene raccolto con un sistema nel quale può essere presente aria nella linea, le istruzioni operative possono prevedere l’inoculazione iniziale del flacone aerobio.

Con altri sistemi o con trasferimento tramite siringa la sequenza può essere differente.

Per questo non è corretto trasformare l’ordine dei flaconi in una regola universale.

Bisogna conoscere sistema di prelievo, dispositivo e indicazioni del produttore/protocollo del laboratorio.

Ciò che rimane fondamentale è garantire il corretto volume nei flaconi previsti.

Un solo set positivo: contaminazione?

Non possiamo dirlo automaticamente.

Alcuni microrganismi appartenenti alla flora cutanea hanno una maggiore probabilità di rappresentare contaminanti quando vengono isolati in un solo flacone o in un solo set.

La linea guida ASM cita, tra i microrganismi frequentemente coinvolti nelle contaminazioni, organismi come:

  • stafilococchi coagulasi-negativi;
  • Corynebacterium spp.;
  • Bacillus spp. diversi da B. anthracis;
  • Micrococcus spp.;
  • Cutibacterium acnes.

Ma attenzione:

“frequente contaminante” non significa “sempre contaminante”.

In presenza di protesi, dispositivi intravascolari, immunosoppressione o particolari quadri clinici, anche microrganismi normalmente considerati possibili contaminanti possono avere significato patologico.

L’interpretazione deve quindi considerare microrganismo, numero di campioni positivi, sede di prelievo e situazione clinica.

Perché la prima quota di sangue è interessante?

Negli ultimi anni si è sviluppato anche il concetto di initial specimen diversion.

L’idea è deviare una piccola quantità iniziale del sangue prelevato prima di riempire i flaconi destinati all’emocoltura.

Perché?

La prima quota può trascinare piccoli frammenti cutanei e microrganismi introdotti durante la puntura.

Una revisione sistematica e meta-analisi ha riscontrato che i dispositivi di diversione erano associati a una significativa riduzione della contaminazione; negli studi di qualità più elevata l’odds ratio aggregato era 0,26 rispetto alla procedura standard.

La stessa linea guida ASM 2024 considera questi dispositivi una possibile strategia per ridurre la contaminazione.

Non significa che debbano essere utilizzati ovunque.

Significa che anche i primi millilitri di sangue possono avere un ruolo nella qualità preanalitica del campione.

La formazione dell’operatore cambia realmente i risultati

Potremmo pensare che la contaminazione dipenda prevalentemente dall’antisettico.

Le evidenze suggeriscono qualcosa di più interessante.

La linea guida ASM ha riscontrato che programmi intensivi di formazione integrati in sistemi di miglioramento della qualità ottenevano una riduzione media della contaminazione molto maggiore rispetto ai contesti senza interventi strutturati.

Anche l’impiego di personale specificamente formato per il prelievo era associato a una riduzione della contaminazione.

Questo significa che la qualità dell’emocoltura non dipende soltanto dai materiali.

Dipende anche da:

standardizzazione + tecnica + formazione + controllo del processo.

L’errore più pericoloso è considerarla una procedura banale

Preparare due flaconi.

Pungere una vena.

Riempirli.

Mandarli in laboratorio.

Tecnicamente può sembrare tutto qui.

Clinicamente, invece, dietro quel gesto ci sono microbiologia, probabilità diagnostica, antisepsi, appropriatezza della terapia antibiotica e qualità del campione.

Una contaminazione può portare il clinico nella direzione sbagliata.

Un volume insufficiente può contribuire a non trovare il microrganismo che stavamo cercando.

Un prelievo eseguito dopo l’antibiotico può ridurre la probabilità di identificarlo.

Un solo campione può rendere più difficile distinguere contaminazione e vera batteriemia.

Prima di inviare un’emocoltura, facciamoci queste domande

  • Ho raccolto il numero di set previsto?
  • Il volume di sangue è adeguato?
  • La cute è stata preparata correttamente?
  • Ho evitato di ricontaminare il sito dopo l’antisepsi?
  • Ho preparato correttamente i flaconi?
  • Il prelievo è stato eseguito prima dell’antibiotico, quando possibile?
  • La sede di prelievo è appropriata?
  • Sto rispettando il protocollo del laboratorio e le istruzioni del sistema utilizzato?

Sono domande semplici.

Ma possono cambiare il valore diagnostico dell’esame.

Il concetto da portarsi a casa

L’emocoltura è un ottimo esempio di quanto il ragionamento infermieristico possa influenzare un percorso diagnostico.

Non basta che il sangue arrivi nel flacone.

Deve arrivarci il sangue giusto, nella quantità giusta, attraverso una procedura corretta e nel momento clinicamente appropriato.

Quando eseguiamo un’emocoltura non stiamo semplicemente raccogliendo sangue. Stiamo costruendo un risultato diagnostico.

E la qualità di quel risultato comincia al letto del paziente, non in laboratorio.

Fonti principali

Sautter RL, et al. American Society for Microbiology evidence-based laboratory medicine practice guidelines to reduce blood culture contamination rates: a systematic review and meta-analysis. Clinical Microbiology Reviews. 2024;37(4):e00087-24. È una delle fonti più importanti e recenti utilizzate per antisepsi, contaminazione, tecnica sterile, formazione e specimen diversion.
Articolo completo ASM

CDC. Collect Adult Blood Culture Sets. Aggiornamento 31 marzo 2026. Indicazioni attuali su volume, numero di set e raccolta nell’adulto.
Indicazioni CDC sulle emocolture nell’adulto

SCCM/IDSA. Guidelines for Evaluating New Fever in Adult Patients in the ICU. Raccomanda almeno due set, preferibilmente da siti differenti, con adeguato volume di sangue e corretta preparazione cutanea.
Linee guida SCCM/IDSA

Koroki T, et al. Contamination of Blood Cultures Drawn From Arterial Catheters Versus Venipuncture or Venous Catheters in Critically Ill Patients: A Systematic Review and Meta-analysis. Clinical Infectious Diseases. 2026. Utile per le evidenze più recenti sulle differenti sedi di prelievo nel paziente critico.

Scheer CS, et al. Impact of antibiotic administration on blood culture positivity at the beginning of sepsis: a prospective clinical cohort study. Documenta la riduzione della positività delle emocolture nei pazienti già sottoposti a terapia antibiotica.

Rupp ME, et al. Diagnostic Stewardship: systematic review and meta-analysis of blood collection diversion devices. 2023. Analizza l’effetto dei dispositivi di diversione iniziale sulla contaminazione.


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